Mercoledì 29 Mar 2017

MAMMA, GLI SVEVI!

Nel 1865 Silverio Capparoni, allievo di Francesco Podesti, riceve l'incarico di realizzare il sipario del Teatro di Treia.
L'artista sceglie di riprodurvi un quadro di Tommaso Minardi conservato nell'Accademia Georgica che ha per soggetto un episodio fondamentale non solo nella storia treiese, ma nella lettura delle lotte tra Guelfi e Ghibellini nella Marca e in Italia: Corrado d'Antiochia all' assedio di Montecchio (questo il nome di Treia nel 1263 quando si svolgono i fatti).
Il risultato è una impressionante scena di guerra che ancora oggi domina la platea.
Ma come ci era arrivato Corrado d'Antiochia, nipote di Federico II di Svevia, alle porte dell'allora Montecchio?


Sembrava che, scomparso Federico II, nessuna forza potesse più opporsi al governo della chiesa, invece i figli Corrado e Manfredi riprendono tenacemente la politica del padre.
Nel 1256 arriva nella Marca come Rettore il nipote di Papa Alessandro IV Annibaldo di Trasmondo e si stabilisce a Montecchio in quanto sono ben noti la sua fedeltà alla Santa Sede ed il valore militare dei montecchiesi.
Nello stesso anno il Pontefice scrive da Napoli ai montecchiesi pregandoli di aiutarlo contro Manfredi che sta mettendo a ferro e fuoco la Puglia. Vorrebbe si prestassero ad un arruolamento di massa nell'esercito pontificio.
Manfredi intanto spedisce come Vicario Imperiale in Italia nella marca Percivalle D'Oria di Anversa che raccoglie subito consensi e alleanze di molte città tra le quali, però, non c'è Montecchio che non si fa lusingare come altri da benefici e benemerenze.
L'azione di guerriglia sveva prosegue comunque con grande successo fino all'avvento al soglio pontificio di papa Urbano IV che ricostruì un vero e proprio partito guelfo di cui seppe avvalersi papa Clemente IV. Questi chiama in Italia Carlo D' Angiò, fratello di Luigi IX di Francia, per conferirgli il regno di Sicilia. Manfredi allora intensifica gli attacchi a Umbria e Marca.
Ad occuparsi della marca invia il nipote Corrado D' Antiochia che, indispettito dalla tenacia di Montecchio, decide di sottometterla con la forza.
Gli esperti monte chiesi che avevano saputo saputo respingere le forze di un altro svevo, re Enzo, usarono forza e furbizia. Solo raddoppiando le sue forze con l' inserimento di truppe saracene Corrado forza la resistenza montecchiese e, come recita una pergamena del 1288 conservata presso l' Accademia Georgica di Treia, "obstiliter intravit Castrum Munticuli cum magna quantitate militum".
I montecchiesi però non si sbandano ed a Porta Vallesacco, oggi monumento nazionale, danno vita, come riferisce la stessa pergamena, alla sanguinosa mischia ritratta 6 secoli dopo da Capparoni.
Corrado viene catturato con uno stratagemma: una finta resa per attirarlo al di la della porta che si chiude alle sue spalle con una grata di cui ancora oggi si vede l'incasso.
Manfredi appronta subito un esercito per liberare il nipote, ma, nonostante eccidi, razzie e distruzione di importanti edifici di arte e fede perpetrate nei dintorni, non piega i montecchiesi che resistono strenuamente costringendolo al ritiro.
Corrado fugge dopo due mesi di prigionia grazie alla corruzione di cui i montecchiesi incolpano il podestà perugino Baglioni, anch'egli fuggito per non incorrere nella punizione.
Accusatolo di infedeltà e tradimento, ricorrono a Papa Urbano IV per convocarlo ed intentargli un processo attraverso la Curia Romana. Baglioni risonde alla chiamata con un tentativo di intimidazione: si presenta al cospetto del papa con 300 armati. Il processo si protrarrà per anni con alterne vicende in cui la Curia cercherà di barcamenarsi tra le ragioni di due potenti alleati.
Alberto Meriggi, stimato storico che sul processo al Baglioni ha scritto l'interessante volume "Un giusto processo: un caso di "corruzione" nello Stato della Chiesa del Duecento: con trascrizione integrale degli Atti del processo (1278-1296) e compendio del testo in lingua corrente", ritiene probabile che Baglioni fosse colpevole.
Già nel volume "Storia di Treia dalle origini al 1900", dopo il racconto documentato dei fatti definisce evidente "negli atti processuali che i legami tra i papi e la nobiltà di Perugia, che difendeva il Baglioni, erano troppo saldi da permettere una diretta implicazione del Baglioni stesso. Questa situazione di compromesso viene ad essere confermata soprattutto dal fatto che il Papa Clemente IV, legato al Baglioni ma che, tutto sommato, non aveva motivo di arrecare dispiaceri a Montecchio, inviò il 19 agosto del 1267 una bolla ai montecchiesi con la quale, dopo averli lodati per la cattura di Corrado, li volle assolvere in foro coscientiae dall'obbligo di rendere tutto ciò che, nella prigionia di Corrado, o a lui o ai suoi familiari, essi avevano potuto togliere spogliandoli di quanto avevano, come in genere si soleva fare con i prigionieri di guerra, volle ancora che né i confessori né i tribunali di penitenza né alcun giudice e alcun Legato avessero potuto costringerli alla restituzione "ipsum et eiusdem milites et familiares bonus omnibus spoliastis".
Il Papa insomma, credendo così di accontentare la comunità montecchiese, vorrebbe far intendere che tra i milites et familiares "spogliati" c'è anche il Baglioni cui non è stato corrisposto l'intero salario.
10 anni dopo però, quando i montecchiesi obtorto collo hanno accettato l'assoluzione, Baglioni si fa di nuovo vivo per chiedere la riabilitazione completa ed esigere l'intero salario.
Naturalmente i montecchiesi non intendono pagare. Si rimette così mano al processo che, passato attraverso l'elezione di 4 papi, inizia solo nel 1278 con Papa Nicolò III e non se ne conosce l'epilogo.
Gli atti relativi alle udienze fatte fino al 1296 però risultano importantissimi sia per far luce su una delle vicende più significative nella lotta tra Guelfi e Ghibellini che per conoscere la procedura giuridica del tempo.