Mercoledì 29 Mar 2017
Apiro

apiro panorama

La Storia
Nel corso degli anni, si è avuto modo di credere che oltre all'attuale castello di Apiro, ne esistesse anche un altro ubicato in altro luogo; si è ipotizzato che il primo insediamento fosse avvenuto sui Piani, un rilievo montuoso di circa 900 m s.l.m. poco distante dall'attuale centro, precisamente nei pressi della Chiesa di San Nicolò. Questo centro venne, molto probabilmente, distrutto poi dai Goti e dai Longobardi come tante altre città Picene; gli scampati si spostarono nell'attuale collina dove risiede oggi Apiro, dando vita ad un nuovo insediamento che estese la sua giurisdizione su un vasto territorio e castelli vicini, identificandosi con l'appellativo di "Abitanti della valle di san Clemente" che va dal Monte San Vicino fino a Castelsanpietro. Anche sui Piani venne ricostituito un nuovo castello chiamato "Pyre" che entrò chiaramente in combutta con il nuovo più in basso e fu così che nel 1227 in seguito ad una battaglia, il vecchi castello fu definitivamente distrutto e gli abitanti del nuovo, da quel momento iniziarono a chiamarsi "Pirani" in onore alla vittoria riportata. In realtà esiste anche un'altra ipotesi sull'origine del nome di Apiro e cioè che derivi da un albero di pero ed in realtà lo stemma del Comune di Apiro è un albero di pero: "con le radici nel suo ceppo e nei lati del tronco una P ed una I che vogliono dire Pirum". La storia ci dice che in seguito passò sotto il dominio di Jesi e, dopo la breve dominazione di Francesco Sforza (1433-34), venne annesso alla giurisdizione pontificia fino all'Unità d'Italia del 1861.

Il Territorio
Apiro sorge ai piedi del Monte San Vicino (1479 m s.l.m.), è ubicato sulla cima di una collina a quota 516 m s.l.m. a confine tra la provincia di Macerata e quella di Ancona e conta 2497 abitanti. Il suo territorio si estende per circa 54 kmq e confina con i comuni di Cupramontana, Cingoli, San Severino marche, Matelica, Poggio San Vicino e Serra San Quirico. Nonostante il suo apparente decentramento, la città è ben collegata da strade e servizi pubblici, con i grossi centri più vicini della regione: Jesi a 25 Km, Fabriano e Macerata a 42 Km e a 54 Km Ancona, capoluogo della regione e a soli 38 km dall'Aeroporto "Raffaello Sanzio" di Ancona (immettere il link dell'aeroporto). L'area del Comune di Apiro è decisamente rurale e vanta una vocazione particolare per la produzione di prodotti agricoli di elevata qualità, quali vino Verdicchio ed Olio extra Vergine di Oliva. Posto in mezzo ad una verde vallata incuneata tra i monti, Apiro gode di un magnifico panorama cesellato dalle alte cime del Gran Sasso e della Maiella. Il suo territorio, tipicamente collinare, spazia tra le valli dell'Esino e del Musone, chiuso dalla catena dei monti Sibillini e dalle altre colline del cingolano. Il suo centro storico, ricco di opere d'arte, è fortificato da mura castellane, mentre il comprensorio è di rilevante interesse ambientale.

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Chiesa di San Francesco Entro le Mura

E' sicuramente la chiesa più antica di Apiro, costruita prima del XII sec. e si tratta in realtà di due chiese sovrapposte: quella interna in stile romanico, originale, viene rinforzata con la costruzione di un'altra chiesa interna in stile barocco, risalente ai primi del '700. Una delle caratteristiche principali di questa chiesa è il portale in stile romanico-bizantino risalente al XIII secolo, decorato ai lati con colonnine tortili e lisce, affiancate alternativamente. Nel 1865 la chiesa divenne proprietà del Comune di Apiro.

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Chiesa della Madonna della Misericordia o della Figura

La chiesa è stata costruita alla fine XIV sec. attorno ad un muro intonaco poi affrescato, detto "Figura" attribuito ad Ottaviani Nelli di Martino da Gubbio (1375-1444) ed era situata sulla strada pubblica. Fu corpo unico con l'Ospedale dei Poveri Pellegrini fondato nel 1386, ma poi unificati gli ospedali, nel 1572, fu sede del "Monte Frumentario". La chiesa della Figura ha rappresentato, per il popolo di Apiro, il centro della devozione mariana. Per i nostri padri, la Madonna della Figura era il punto di riferimento di ogni loro azione: era consuetudine recarvisi, allorquando ci si accingeva a compiere un lungo viaggio o in procinto di stipulare un affare importante, per invocarne la protezione.

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Collegiata di Sant’Urbano

Dedicata al patrono S. Urbano, fu eretta nel 1632 per opera di Giangiacomo Baldini. La chiesa, di puro stile barocco, è divisa in tre navate, a forma di croce latina e con cupola ottagonale. L'altare maggiore ospita una pala del XVII sec. raffigurante l'Incoronazione della Vergine e S. Urbano I Papa, opera di Angelo Scoccianti del Massaccio, di Andrea. A destra dell'altare maggiore è alloggiato un prestigioso organo veneziano, costruito nel 1771. La sacrestia, con mobili in legno del '700, è sede di una prestigiosa raccolta, "Tesoro della Collegiata", composta da quadri, busti di santi d'argento, paramenti e arredi sacri.

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Abazia di Sant'Urbano

Note storiche

Questa abbazia viene ricordata una prima volta nel 1033 in un documento che parla di una convenzione tra il suo abate Gisberto e quello di San Vittore alle Chiuse, Attone: essendo nominata come un'abbazia già importante in quegli anni, possiamo dedurne che la sua origine risalga almeno a qualche decennio prima del mille. Ebbe un certo potere su tutta la vallata ed estese la sua giurisdizione su quindici chiese della zona e su alcuni castelli, ma conobbe raramente la tranquillità per i continui contrasti con il vicino e forte comune di Apiro. Fu per questo motivo che nel corso del XIII secolo più volte l'abbazia si trovò costretta a sottomettersi al più grande comune di Jesi, per riceverne in cambio protezione e riconoscimenti. Durante uno degli scontri con le bande armate apiresi la chiesa originaria venne in gran parte bruciata. Dopo la metà del XIII secolo, grazie appunto all'intervento del comune di Jesi, cominciò un lungo periodo di pace e la chiesa venne rinnovata e ampliata. All'inizio del XV secolo iniziò la sua decadenza, che la spinse nel 1442 a unirsi all'abbazia di Valdicastro, col benestare del papa Eugenio IV. Da allora i camaldolesi ressero l'abbazia fino al 1810: in quell'anno divenne proprietà privata.

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