Mercoledì 29 Mar 2017
Parco Prodotti

Parco Prodotti...Perchè botteghe erano tutte botteghe; se ci fosse stata una gioielleria, sarebbe stata una bottega. Anche dove lavorava il falegname, benchè non ci si comprasse nulla, si chiamava bottega... Tutto era bottega. Falegnameria e officina, ma dove chi non avendolo in casa comprava il vino, non si chiamava bottega ma osteria o cantina.

Dolores Prato, Giù la Piazza non c'è nessuno (Mondadori)

Colture e studi agrari

Se la coltura della vite, come testimoniano alcuni vinaccioli rinvenuti a Matelica, è restata la stessa nel tempo, sostanziali sono state le innovazioni in ambito agrario. Fino al XVII secolo, la scarsità invernale di mangime obbligava a macellare gli animali e salarne la carne. Con la rotazione quadriennale (che elimina la necessità di lasciar riposare la terra a maggese e la fa concimare dagli animali al pascolo) se ne accumulano scorte: è l'inizio di un processo che porterà, grazie all'impulso agli studi agrari dato anche da istituzioni come L'Accademia Georgica di Treia, alla biogenetica del "padre" del grano Nazareno Strampelli di Castelraimondo. La ricerca oggi si occupa della tutela della biodiversità anche attraverso il recupero di varietà autoctone come il granoturco quarantino di Treia.

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L´Olio

Furono i veterani dell´esercito romano (III secolo a. C.) a dare il via alla coltivazione dell´olivo nelle Marche. Caduto l´Impero, toccò ad abbazie e monasteri, cui si devono la rinascita e lo sviluppo economico-sociale nella marcamontana medievale, salvaguardare e proseguire una produzione di tale qulità che i Veneziani (1263) separavano le derrate di Olio de Marchia dalle altre per rivenderle a prezzo superiore.

Ad olive ed olio si rifà anche una ritualità che scandisce il tempo della vita rurale: a febbraio potatura, primo lavoro del nuovo anno. Ad inizio primavera travaso dell´olio dell´anno prima.

In autunno raccolta delle olive legato a ricorrenze e festività diverse da zona a zona. Infine la molitura e notti passate accanto al fuoco del frantoio in attesa del proprio turno.

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Storia del gioco del pallone

Nel Cinquecento il pallone col bracciale divenne, come affermava lo storico rinascimentale Burckardt, il gioco classico degli italiani. Per iniziativa dei principi e di alcuni municipi si eressero sferisteri di architettura classica che diventarono teatri di sfide famose (tra gli sferisteri d' Italia il più maestoso è ed è sempre stato quello di Macerata; nelle grandi città, sono stati spesso sacrificati alle esigenze urbanistiche). Oppure si giocava lungo i bastioni delle fortezze o sulle pubbliche piazze ove si costruivano palchi monumentali per far star comodi i numerosi uomini d'armi, gli aristocratici, gli illustri capitani e le nobildonne che sempre più numerose assistevano agli incontri. I signori e i principi del XVII secolo seguitarono a favorirlo per la grande affluenza di gente che attirava alle loro città, per l'entusiasmo che suscitava e la solennità che aggiungeva alle loro feste e, soprattutto, per il lustro che da tutto ciò derivava al loro nome.
Il bracciale, pur suscitando gli entusiasmi del popolo, veniva praticato quasi esclusivamente dai nobili. I figli del popolo usavano l'ingegno e l'astuzia e cominciavano a giocare lungo le mura del paese utilizzando al posto del bracciale una rudimentale tavoletta ed al posto del pallone delle palline di stoffa dette cimose. Il Settecento e l'Ottocento furono i secoli che videro la costruzione di tutte quelle arene nelle quali si sono svolti gli incontri e le sfide più memorabili.

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